carcere

L’episodio è avvenuto nel carcere milanese di Opera e la penalista è stata sospesa per sei mesi dall’Ordine (“ha disonorato la professione”). Inutile l’imbarazzata spiegazione della donna: “Mi era caduta la penna sotto il tavolo”

«Non è come pensa, posso spiegare tutto». Le imbarazzanti giustificazioni abbozzate da un’avvocata, sorpresa in atteggiamenti inequivocabili con un suo cliente in una sala colloqui del carcere di Opera, a Milano, non hanno per nulla convinto un agente penitenziario. Lui la sua idea se l’era già fatta: ha preso carta e penna e ha scritto un rapporto, come gli impone il dovere, direttamente al direttore. Galeotta fu la causa (forse) e il rapporto professionale troppo stretto instaurato con il cliente.

I guai, per l’avvocato donna, sono iniziati quando un agente di polizia penitenziaria ha sbirciato dalla spioncino per controllare che l’incontro di routine tra legale e detenuto andasse per il verso giusto. Inequivocabile la scena. E se sul piano penale l’avvocato non ha infranto la legge, su quello deontologico i rilievi sono stati molteplici. Si spiega così il provvedimento con il quale l’Ordine degli avvocati ha sanzionato la legale: una sospensione disciplinare della durata di sei mesi per un fatto che risale a diverso tempo fa.

Dal giugno scorso la professionista ha già dovuto lasciare la toga. A nulla è valsa la difesa abbozzata, non senza imbarazzo, davanti allo sguardo perplesso dei colleghi: «La scena è stata fraintesa, mi era caduta la penna sotto il tavolo della sala colloqui». Niente da fare: con i suoi comportamenti, ha sentenziato l’Ordine, la donna ha disonorato la professione.

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